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Autore: Hakuna Matata

Argentina – Torniamo in Europa

Argentina – Torniamo in Europa

Entrata: 23 marzo 2019

Eccoci per la quarta volta in Argentina, che non finisce mai di stupirci!
Dopo la rapida dogana ci imbattiamo nel primo spettacolo degno di nota: Puente del Inca. È un ex bagno termale ormai in disuso ma le sue acque un tempo ricche di feldspati hanno colorato la roccia di splendide sfumature. Il solito mercatino mi dà l’occasione di fare man bassa di altre pietre colorate… tiratemi via, non posso resistere a queste bellezze!
Lungo la strada diamo un passaggio a cinque “pellegrini”, parte di un gruppo di tredici e in viaggio spirituale lungo il cammino degli Inca. Hanno intenzione di raggiungere Machu Picchu in tre mesi ma la cosa ci sembra alquanto improbabile. Non hanno l’apparenza di grandi viaggiatori, carichi come sono di roba ingombrante, e il sentiero si snoda su e giù dalle montagne brulle e inospitali per migliaia di chilometri. Però sono pieni di entusiasmo per cui perché frenarglielo?
Arriviamo a Uspallata per una sosta notturna e ci innamoriamo del posto. Siamo a circa 2.000 metri alla base della catena montuosa andina e a un tiro di sputo dal Aconcagua, il monte più alto di questa regione. La sua cima è innevata e il paesaggio tutto intorno è stupefacente.
Questa Argentina non smette mai di stupirci: abbiamo visto da poco la primavera a Bariloche con i gialli delle ginestre e i viola e rossi dei lupini in fiore e ora qui ritroviamo l’autunno, tinto nuovamente di giallo dei topinambur e delle foglie degli aceri.
Il campeggio in cui ci fermeremo per almeno tre giorni è pieno di animali sia belli, tipo pavoni bianchi e colorati, sia un po’ meno gradevoli come tarantole gigantesche, però è troppo accogliente per lasciarlo per simili minuzie! Di giorno il sole è limpido e caldissimo, di notte invece cala il freddo, cosa che ci spinge a ritirare fuori piumone e pigiama pesante.
Non mancano neanche escursioni interessanti, una passeggiata di 7/8 chilometri per visitare un’antica stazione di estrazione mineraria di oro, argento e rame e una gita in bici di 24 chilometri per ammirare dei petroglifi. Tutto il paesaggio circostante ha le sfumature dell’arcobaleno, la vastità e il silenzio di certi luoghi e le magnifiche stellate nel terso cielo notturno ci lasciano senza fiato.
Si potrebbe anche fare una escursione sul ghiacciaio del Aconcagua, ma non è alla mia portata, già mi meraviglio di me stessa per aver camminato e sbiciclettato fra salite e discese a 2.000 metri senza cadere al suolo sfinita. In realtà sono caduta al suolo, ma solo per la mia solita disattenzione, troppo distratta ad ammirare il paesaggio per vedere una buca sulla strada!

Partiamo con un po’ di rammarico, ma ci attende un’altra meta interessante anche se già conosciuta: le terme di Cacheuta.
Il tempo è nuvoloso e questo toglie un pizzico di fascino al paesaggio, ma l’acqua calda e il poco affollamento rendono il tutto molto piacevole.
Per la notte ci spostiamo in un’altra fidata YPF e il mattino dopo abbiamo appuntamento con una officina Iveco per fare (spero) gli ultimi ritocchi prima della partenza, cambiare i filtri del gasolio e controllare una piccola perdita di olio dell’idroguida.
Veniamo accolti con la solita cortesia ma, in attesa dei pezzi di ricambio il lavoro viene spostato per il giorno dopo, il 28 di marzo.

Un’altra intera giornata in officina, ma ne valeva la pena, fra lavoro e pezzi di ricambio abbiamo speso un decimo di quanto avremmo speso in Europa, per cui ce ne andiamo soddisfatti, dando poca importanza al fatto che il motore fa fatica ad avviarsi e a volte perde qualche colpo anche perché ci hanno detto che è normale, non avendo fatto lo spurgo del gasolio.
Del resto i filtri erano diventati una coltivazione di funghi rari, cresciuti su uno strato abbondante di fango.
Adesso ci attende Esteban a San Nicolas pronto a prepararci un’abbondante grigliata.

È veramente bello rincontrarsi, probabilmente per l’ultima volta in Argentina. Si mangia, si ride, si mangia nuovamente, si fa un bagno in piscina, si mangia ancora e ci si raccontano le avventure passate, si mangia e si incontrano i parenti e gli amici… insomma all’una di notte con la pancia piena e anche un poco di nausea, riusciamo ad andare a dormire!

Visto che il problema al motore è peggiorato, la saggezza acquisita in questo viaggio ci induce a fermarci in un’altra officina Iveco nei pressi di San Nicolas.
Ancora una volta è una cosa da poco, una guarnizione della pompa del gasolio che perde sulla cinghia del motore, ma come sempre in queste cose non è sufficiente cambiare la maledetta guarnizione, ma è necessario cambiare tutto il pezzo.
La fortuna è che il padrone dell’officina e diversi operai sono entusiasti di aiutare degli italiani, per cui ci offrono la manodopera gratuita in cambio delle foto di noi e del camper da pubblicare sul sito ufficiale dell’Iveco.
Ma certamente! Chi si farebbe scappare l’opportunità di uno sconto consistente in cambio qualche foto?

Ripartiamo in direzione Uruguay, siamo abbastanza tristi e forse anche nervosi, per cui fra me e Luca scoppia una tremenda litigata. Il motivo è l’assicurazione del camper che scade il 14 a mezzanotte, mentre noi dovremmo imbarcare il camper il 17 mattina. Io sono dell’idea di non rinnovarla per due giorni, visto che il 15 e 16 staremo fermi in un parcheggio vicino al porto. Luca, che in queste cose si sente molto sfortunato, ha il terrore che ci fermino e giusto per dare valore a questa paura, una poliziotta argentina ci ferma e ci chiede di vedere la nostra assicurazione! Non ha importanza se questa è solo la terza volta che ce la chiedono e le probabilità di evitare problemi sono dalla nostra parte, la preoccupazione rimane e in Luca diventa ansia.
Da qui il litigio che ci farà percorrere gli ultimi cento chilometri arrabbiati e con il muso lungo.
Solo il bellissimo paesaggio con lagune piene di fiori, mucche al pascolo, cicogne, aironi e tanto altro ci convincerà a fare la pace e a goderci questo ultimo scorcio dell’Argentina.
Ma le arrabbiature non finiscono qui: superato il ponte che divide le due nazioni scopriamo che c’è un ultimo pedaggio stradale… e che pedaggio! Trenta euro per fare due chilometri e a nulla valgono le rimostranze di Luca sul fatto che il nostro non è un camion normale: dobbiamo pagare il balzello altrimenti non si passa.
Il punto di frontiera è congiunto e in cinque minuti espletiamo le pratiche di uscita dall’Argentina ed entrata in Uruguay, ma le brutte sorprese purtroppo non sono finite…

Uscita: 2 aprile 2019
CHILOMETRI PERCORSI: 1.600
SPESE: 766 EURO

Cile

Cile

Entrata: 13 marzo 2019

Da non credere, in meno di un’ora abbiamo fatto entrambe le dogane!
Quella argentina non ha richiesto più di 5 minuti e un timbro, quella cilena giusto la compilazione di un foglio e una piccola ispezione per sequestrare frutta e verdura fresche, carne e uova.
Qualcosa avevamo lasciato di proposito per distogliere l’attenzione dalle cose più importanti, ma devo dire che non sarebbe servito. Il doganiere è salito e ci ha chiesto se avevamo cose da dichiarare, poi si è seduto a fare quattro chiacchiere senza neanche aprire un armadietto, anzi scusandosi continuamente per il disturbo e per il sequestro delle 4 cose opportunamente preparate.
Siamo stati fortunati nell’aver trovato l’unico funzionario fiducioso? Oppure ancora una volta il fatto che siamo italiani induce a trattarci con un occhio di riguardo?
Qualunque sia la ragione siamo ben felici che ci abbiano trattato con cortesia e rapidità.
Proseguiamo per San Pedro. La strada è una sola e, prima di scendere, risale ancora tanto da metterci ansia. Riusciamo a fare i 140 chilometri che ci mancano senza grossa fatica, anche perché negli ultimi 50 chilometri si recupera in velocità e la strada scende dritta in fortissima pendenza di 2.000 metri.
Parcheggiamo alla stazione dei bus ed andiamo in avanscoperta del paesino.
Per prima cosa come sempre l’acquisto di una Sim della Claro perché, come in Brasile, internet lascia molto a desiderare.
Cambiamo un po’ di dollari perché le commissioni per un prelievo bancomat sono di circa 5 euro per un cambio di meno di 200 euro a volta. Poi ci concediamo una bella passeggiata in questo strano paese fatto con case in adobe e strade di terra battuta.
A differenza di Purmamarca c’è un sacco di vita serale, tantissimi turisti sfidano il freddo notturno e passeggiano in queste strade polverose oppure si fermano in uno dei numerosi locali con musica dal vivo.
Tutto costa un’esagerazione!
Per visitare i dintorni è sempre necessaria una guida che, tra ingresso del parco e costo dell’escursione, chiede un minimo di 40 dollari a persona fino a salire vertiginosamente con il prezzo.
Siamo combattuti: arrivare fino a qui, uno dei posti più gettonati del Cile e non vedere niente per risparmiare 100 dollari? E se poi ci perdiamo qualcosa di indimenticabile? È anche vero che non ci è mai piaciuto vedere posti o fare attività intruppati in mezzo a centinaia di altre persone, però il dubbio rimane.
Mentre io medito il da farsi in camper, Luca esce per un giro e chi ti incontra? Una ragazza italiana che abbiamo conosciuto a Salta l’anno scorso e rincontrato sempre in Argentina qualche mese dopo.
Adesso lavora presso un’agenzia turistica qui a San Pedro e toglie ogni dubbio a Luca dicendogli che se ha già visto alcuni parchi dell’Argentina, non si perde niente rinunciando alle varie escursioni. Molto belle e interessanti però solo se sono le prime volte che fai quest’esperienza.
Andiamo a dormire tranquilli e malgrado i 2.400 metri ci facciamo un’unica tirata fino a mattino.

Dopo la notte abbastanza fredda, il giorno ci accoglie con un sole splendente, per cui partiamo fiduciosi per la nostra prossima meta, Antofagasta, che essendo sul mare promette quota zero e tanto pesce… giusto?
322 chilometri in pieno deserto! La strada monotona si snoda fra dune di sabbia, montagne di sabbia e pianure di sabbia. A rendere il paesaggio più interessante ci sono solo centinaia di lapidi a bordo strada, presumibilmente vittime di incidenti stradali. Ogni lapide sembra una piccola casa: la foto, il nome, sedie, panchine o divani, piante, fiori e bidoni dell’acqua per dissetare il morto (?), finanche un albero di natale. Alcune sono piccole non più di 50 centimetri per lato, altre sono delle costruzioni alte fino a 2 metri, il tutto su una strada che pur non cessando di essere fra i 2.000 e i 3.000 metri di altezza, non presenta né curve né altri ostacoli che possano facilitare un incidente, forse soltanto il rischio di un colpo di sonno!
Oltre a questo ci sono anche moltissimi pannelli fotovoltaici che da lontano appaiono come laghi dal colore grigio ardesia e ancora più numerose pale eoliche con il logo dell’Enel… ci sentiamo quasi a casa!
Arriviamo sani e salvi in città e parcheggiamo fronte mare nel parcheggio di un McDonalds. Dovrebbe esserci Wi-Fi libero, ma anche qui non è possibile connettersi.
Ciò che vediamo di Antofagasta non ci dice molto: prima di entrare tanta spazzatura, ma per il resto abbastanza pulita ed ordinata, alcune vie con grandi murales, ma il pesce dov’è?
L’ambientazione è bella e tranquilla vicino al mare e abbastanza lontana dai rumori della strada.
Alle 23 ci stiamo rilassano, io in camper e Luca fuori per respirare un po’ di fresca aria marina, quando sento uno scossone. Io urlo per avvisare Luca e lui si lancia all’inseguimento della macchina che, dopo averci urtato, si sta dando alla fuga.
Con uno slancio da centometrista e la fortunata coincidenza che la strada è occupata da un’altra macchina che sta entrando, il prode eroe riesce a fermare il furbone, prendendolo di peso e sfogando sia a parole che a fatti la sua rabbia. È l’ennesima persona che gli fa questo scherzetto di urtare i suoi mezzi, lasciare il danno e andarsene senza prendersene la responsabilità.
Per fortuna in questo viaggio ci è capitato solo in due occasioni e quest’ultima volta al fetente è andata male.
Dopo averlo strapazzato un po’, chiamiamo i carabinieri che arrivano dopo circa un quarto d’ora. Sono molto gentili ed educati, ma ci fanno chiaramente capire che il massimo che possiamo ottenere è il risarcimento in contanti, perché né l’assicurazione, né tantomeno un’azione legale nei confronti del ragazzo alla guida, avrebbe un riscontro economico per noi stranieri.
Dopo molti brontolamenti e trattative, riusciamo a ottenere in contanti non più di 100 dollari, senz’altro una cifra inferiore al danno, visto che ha rotto il vetro della freccia, la lampadina e incrinato il paraurti anteriore, ma meglio di niente.
La notte però entrambi non riusciamo a dormire tranquilli, per paura che il tizio torni per vendicarsi. A nulla sono servite le rassicurazioni dei carabinieri che lo hanno descritto come un bravo ragazzo, appartenente all’esercito e ospitato presso una caserma a due chilometri di distanza. Noi ci ricordiamo solo il suo tentativo di fuga nella speranza di farla franca.
La consolazione è che il suo danno è molto più esteso del nostro!

Proseguiamo il viaggio fermandoci prima a TalTal e poi a Bahia des Ingleses, due posti di mare lungo la strada in direzione sud. Il mare è gelido e solo Luca ha il coraggio di farsi il bagno, qui del resto è autunno e non è solo l’acqua ad essere fredda, ma anche l’aria.

Il 17 ci fermiamo presso una stazione di servizio nei pressi di La Serena. Finalmente riusciamo a connetterci con il Wi-Fi: sembra che il Cile abbia avuto 3 giorni di blackout di rete.
Sono cinque giorni che viaggiamo in mezzo al deserto. Un sali e scendi dalle montagne dove il paesaggio muta solamente di consistenza: sabbia, rocce piccole, rocce grandi e a volte sterpaglia. Non un animale, pochissimi uccelli e quell’innumerevole presenza di lapidi commemorative. Luca non si dà pace, non è possibile che siano morte tutte queste persone su queste strade… ma quando ci prendiamo la briga di fermarci notiamo frasi commemorative, pezzi di auto o moto, foto dei morti in gran quantità.
A volte c’è anche qualche cappella dedicata alla madonna o a un santo, secondo me è messa a ringraziamento per un incidente mortale evitato per grazia ricevuta… però ha ragione Luca, da quando siamo entrati in Cile ne avremo viste almeno un migliaio.
Lungo la strada ci fermiamo presso un ristorante di camionisti e alla richiesta di due piatti di pesce ci vengono portate vagonate di cibo, con dei molluschi giganti e saporitissimi.
Finalmente nei pressi di Valparaiso troviamo un po’ di verde, moltissimi cactus fioriti, uva e ulivi.
Entriamo timorosamente in città con la paura di trovarci incastrati in qualche viuzza della città vecchia e dopo una prima delusione su un parcheggio segnalato da iOverlander ma non più disponibile, troviamo un altro parcheggio molto centrale e vicino al porto, meno costoso e con il padrone simpaticissimo e accogliente.
Ci fermeremo tre notti, perché oltre alla stanchezza accumulata nel viaggio su e giù per le montagne, questa città merita una visita dettagliata.

A prima vista assomiglia a una delle città portoghesi, quali Porto o Lisbona. Aggrappata al monte, la zona antica presenta bellissimi palazzi di stile europeo con bovindi, comignoli e tetti a punta, vicoli acciottolati e migliaia di coloratissimi murales.
Prima della costruzione del canale di Panama era un centro importantissimo per la navigazione e il trasporto delle merci, da Europa ad America.
Ancora adesso si vede la stratificazione edilizia basata sul ceto: vicino al porto le case degli operai, poi i grandi palazzi commerciali e per il deposito della merce e in cima alla montagna le case dei proprietari delle grandi compagnie navali. La stessa città è anche divisa in quartieri, quello italiano, perlopiù commercianti e costruttori, inglese, francese, ecc.
Per facilitare la salita e la discesa dai vari livelli ci sono delle funicolari in origine costruite da italiani e filobus ancora in funzione dai primi del ‘900.
I vari autobus non hanno fermate segnalate, ma si fermano a richiesta del cliente che deve salire e scendere in fretta per non far perdere tempo all’autista.
Questa città ha avuto anche un periodo buio, quando è stata utilizzata dalla dittatura di Pinochet, per imprigionare, torturare e infine uccidere i dissidenti o presunti tali.
Anche se è autunno al sole fa veramente caldo e alla fine della giornata, oltre alle gambe stanche, ci ritroviamo anche scottati.
Il secondo giorno ci vede ancora arrampicarci sulle numerose scalinate ammirando i murales e i palazzi variopinti. Ci fermiamo presso un ristorante ben diverso del precedente: dosi lillipuziane, insapori e molto costose… non sempre ci azzecchiamo!

Ripartiamo per dirigerci verso Santiago del Cile, città che suscita molti ricordi in Luca che ha frequentato una scuola il cui direttore era un esule cileno sfuggito alla dittatura di Pinochet.
È da anni che mi parla del Cile e delle sue battaglie per l’indipendenza, ma fino ad ora nei pochi giorni che ci siamo stati, niente gli ricorda i racconti e gli studi fatti a scuola, così spera di trovare qualcosa di originale nella capitale, dove sono avvenuti i fatti più eclatanti.
Come spesso succede nelle grandi città, non c’è un buco per fermarsi e dopo aver provato 2 o 3 posti segnalati da iOverlander e risultati chiusi o inadatti, ci rassegniamo a sostare nel parcheggio dell’aeroporto. Questa soluzione è la migliore: malgrado il sole infuocato c’è un vento fresco che ci impedisce di cuocere al forno. Ci sono pure notevoli zaffate di cherosene, ma non moriremo certo asfissiati per una notte.

Dormiamo tranquilli, senza neanche essere disturbati dal rumore degli aerei. Il parcheggio per mezzi grandi e soste lunghe è abbastanza lontano dall’aeroporto, ma un comodo bus gratuito effettua il collegamento ogni 15 minuti. Da lì un altro bus ci porta fino al centro della città. Quasi un’ora di viaggio per una delusione.
Praticamente quasi tutto il centro storico è stato distrutto dalla dittatura nel tentativo, peraltro riuscito, di far dimenticare il colpo di stato che ha sostituito il governo democratico di Salvador Allende con la dittatura di Pinochet. Al posto dei bellissimi palazzi a due piani, di cui rimangono alcuni pochi esempi, sono stati costruiti casermoni squadrati senza un minimo di attrattiva.
Per di più il nostro tentativo di visitare la casa del governo e alcuni altri musei è reso impossibile da una schiera di militari in divisa.
Che fortuna, noi e molti altri turisti siamo arrivati in città contemporaneamente ai presidenti di Brasile, Argentina e Uruguay, che ovviamente hanno monopolizzato il centro storico per circa 3 giorni.
Girelliamo per le vie del centro senza grosso entusiasmo.
Ammiriamo un concerto di archi sotto una galleria e il maldestro tentativo di borseggio da parte di una coppia di ladruncoli nei confronti di un altro turista.
Entriamo nel Duomo e nella Posta centrale e ce ne torniamo al camper per ripartire prontamente per l’Argentina.
Abbiamo deciso di fare il tunnel del Cristo Redentor che è molto più basso di quello fatto in precedenza e ci porterà a uscire nei pressi di Mendoza, ma prima di affrontarlo ci fermiamo per l’ultima notte in Cile presso un parcheggio di camion.

In effetti il passo è più basso, circa 3.000 metri, ma decisamente più impegnativo.
I tornanti che non abbiamo trovato finora li hanno messi tutti qui, almeno quaranta curve strette, che viste sul navigatore sembrano un serpente in fuga, però come sempre lo spettacolo delle montagne che ci circondano vale la pena di fare questa fatica.
In origine su queste alture su cui ancora oggi si scia, la neve cadeva fino a due metri e mezzo e si manteneva in buono stato per circa tre mesi. Ora, ci racconta una doganiera che lavora in frontiera da 27 anni, cadono circa 50 centimetri di neve che durano più o meno un mese… e alcuni ancora negano il surriscaldamento globale!
Il posto di frontiera è congiunto e per fortuna abbastanza rapido. Usciamo dal Cile senza grossi rimpianti.

Consigli e considerazioni.
Le strade in Cile, perlomeno quelle che abbiamo percorso, sono ben tenute, anche se queste lunghissime e ripidissime discese e conseguenti risalite possono mettere a dura prova motore e freni. I numerosi memoriali che costellano le strade mi fanno pensare che autisti imprudenti abbiano sottovalutato questi pericoli.
Non aiuta neanche il continuo sbalzo di quota con questi frequenti sali e scendi da 2.000 metri a livello del mare.
I pedaggi autostradali sono abbastanza onerosi anche se mi rendo conto che mantenere in buono stato simili strade in mezzo al deserto non sia facile.
Il gasolio è abbastanza pulito ed economico, ma le stazioni di servizio si trovano in genere vicino ai paesi, per cui è bene mantenere il serbatoio pieno.
Abbiamo comprato una Sim di Claro, di cui ormai siamo ottimi clienti, abbastanza economica e con un discreto raggio d’azione. I Wi-Fi locali non sono molto stabili e nelle ore notturne praticamente scompare ogni connessione.
In Cile, a parte il pesce e i ristoranti non turistici, tutto è molto costoso. Quello che troviamo assolutamente vergognoso e comune in quasi tutto il Sudamerica è il prezzo dell’acqua che qui è superiore a quello del gasolio.In passato le già poche fonti di acqua potabile del Paese sono state contaminate per ritorsione dalle multinazionali estromesse dalle miniere dalla nazionalizzazione da parte di Salvador Allende e ancora adesso non si possono utilizzare, per cui o si beve acqua contaminata con piombo o si spende un patrimonio.

Cosa posso dire di un Paese in cui siamo stati solamente 11 giorni?
Innanzi tutto che tutto quello che ci avevano detto, sia nel bene che nel male, è risultato falso.
Non abbiamo avuto nessun problema in frontiera, le persone sono sempre state gentili e disponibili e ancora di più i “carabineros”. C’è stato qualche tentativo di truffa, ma cose piccole, tipo dare “inavvertitamente” il resto sbagliato, ma chi lo frega un furbone come Luca?
Soprattutto non c’è tutta quella gente che fa a pugni per comprare a caro prezzo il nostro camper! Su quest’ultimo fatto siamo sereni: ci costerà di più riportarlo in Europa e tentare di rivenderlo lì, ma per adesso l’idea di separarcene con le centinaia di cose che abbiamo accumulato al suo interno è una vera sofferenza!
Il Cile non ci ha molto entusiasmato, può essere la stanchezza del lungo viaggio o il fatto che molte delle sue bellezze naturali le abbiamo già viste e ammirate più volte in altri paesi del Sudamerica. Probabilmente non è neanche la stagione giusta per visitarlo, il mare è freddo.
A Luca poi cade un altro mito: prima il Nepal a lungo sognato e ora il Cile, due posti che secondo noi hanno perso la loro identità culturale e la loro storia grazie allo sfruttamento turistico ed economico.
Gli rimane la Mongolia, ma sarà per una prossima avventura!

Uscita: 23 marzo 2019
CHILOMETRI PERCORSI: 2.190
SPESE: 629 EURO

Argentina – Passaggio Verso il Cile

Argentina – Passaggio Verso il Cile

Entrata: 5 marzo 2019

Ed eccoci di nuovo qui in Argentina, giusto una toccata e fuga in quanto è la via più breve per raggiungere il Cile.
In dogana, per la prima volta incontriamo un funzionario solerte che vuole esaminare il camper in ogni angolo. Ci fa portare le valige nello scanner, ci apre gli armadietti, il frigorifero e il vano motore, insomma tutto quello che crede contenere qualcosa di illegale… ci fa perdere quasi un’ora, va beh, armiamoci di santa pazienza, è solo una prova del peggio che ci capiterà in Cile!
Proseguiamo il viaggio fermandoci a dormire come sempre nelle stazioni di servizio.
La strada si snoda fra lagune e pascoli, vediamo fiori magnifici e uccelli di ogni tipo, persino un alligatore! Purtroppo non possiamo fermarci per osservarlo meglio perché come sempre abbiamo dato un passaggio a degli autostoppisti, questa volta quattro militari.
Però non manchiamo di fermarci al santuario del Gauchito Gil, di cui abbiamo anche il santino in camper.

La sua storia in breve è questa:
Un uomo del popolo, nato a Mercedes agli inizi dell’800. Sulla sua vita si raccontano molte storie, che fosse un bracciante sfruttato che si ribellò al suo padrone o che andò a combattere nella Guerra del Paraguay agli ordini del Generale Madariaga. Secondo quanto racconta la signora Anabel Miraflores, sua madre, Estrella Díaz de Miraflores, donna facoltosa, avrebbe avuto una relazione con Gil e allo stesso tempo era molto corteggiata dal commissario di polizia: questa situazione, unita all’odio che i fratelli della signora avevano per il Gauchito, lo portò a fuggire dalla città (che al tempo si chiamava Pay Ubre) e a offrirsi volontario per la guerra del Paraguay. Ma poi non volle più uccidere i suoi fratelli e disertò. Un’altra versione racconta che fu reclutato dagli autonomisti (in rosso) per combattere i liberali (vestiti di azzurro) ma che poi si rifiutò di continuare a combattere contro i suoi stessi concittadini. Qualsiasi sia la vera storia, è certo che disertò e da quel momento cominciò ad aiutare i poveri distribuendo i guadagni ottenuti dai suoi furti ai ricchi.
Un giorno però fu arrestato, appeso per i piedi e ucciso. Poco prima di morire disse al boia che, al suo ritorno a casa, avrebbe trovato il figlio malato che si sarebbe salvato solo se avesse pregato nel suo nome. Il boia non gli prestò attenzione, salvo poi tornare e trovare che le cose stavano proprio come aveva detto il Gauchito: pregò e il figlio si salvò. Fu allora che decise di tornare nel luogo dell’esecuzione per seppellire degnamente il corpo di Gil, luogo dove da quel momento sorge il santuario che ancora oggi è precario e povero, costruito dagli stessi fedeli e con alcune piccole donazioni anonime.
L’8 di gennaio questo piccolo borgo sperso in una zona quasi desertica si popola di migliaia di fedeli e deve essere uno spettacolo vederlo rivestirsi di rosso, il colore del “santo”.
Oggi invece c’è la solita fila di bancarelle in cui però non manchiamo di comprare un tipico cappello da gaucho per la nostra collezione.

Proseguendo il viaggio, in una stazione di servizio, incontriamo due artisti circensi in viaggio con armi, bagagli e cane, verso il Paraguay dove sono stati assunti da un circo locale. Non mancano anche i soliti cani randagi che si avvicinano a noi fra balletti e moine per piazzarci il loro testone addosso e richiedere anche con una certa insistenza coccole e cibo.

Attraversata Corrientes, raggiungiamo il giorno 8 Rosario de la Frontera. Ci vogliamo fermare due giorni per iniziare l’adattamento all’altitudine e visto che qui siamo a 800 metri e conosciamo già il posto, ci sembra un buon punto per la sosta.
Purtroppo rimaniamo delusi: la magnifica piscina termale è vuota per i 15 giorni di manutenzione annuale e piove per due giorni di seguito, impedendoci anche di fare ordine nel camper in previsione della dogana cilena.

Va meglio quando ci fermiamo a Purmarca, il sole splende e l’aria è freschina e visto che siamo a 2.300 metri ci fermeremo almeno tre giorni prima di affrontare il Passo dello Jama che ci dicono molto arduo.
Devo dire che ho almeno tre preoccupazioni nei confronti del Cile.
Per prima cosa il passaggio in frontiera. Tutti ci dicono che sono assolutamente paranoici nei loro controlli. Anche le notizie su ciò che si può portare sono contrastanti. La legge dice niente frutta, verdura, semi, carni e formaggi freschi e fin qui è simile a tutte le altre dogane, ma a quanto sembra dalle esperienze di altri viaggiatori, sembra che le proibizioni possano estendersi a seconda dell’umore del funzionario a sale, zucchero, caffè, insomma a tutto ciò che è alimento, fino a discutere su legno, cuoio e articoli da bagno…
Una vera assurdità, mi viene da pensare all’ingresso in Australia dove sono altrettanto severi, senza considerare che tutte le loro precauzioni sono assolutamente inutili in quanto la maggiore forma di inquinamento per il loro territorio è proprio l’uomo. Sono proprio curiosa di sapere se all’ingresso ci faranno un bel clistere o svuoteranno la cisterna del wc…ma è meglio non dargli suggerimenti in tal senso!
La seconda preoccupazione è che a detta dei più, i cileni sono scortesi e truffaldini, se ciò è vero, il passaggio dall’Argentina al Cile sarà ancora più penoso.
Poi vedremo se tutto ciò che ci hanno detto sulla facilità di vendita del camper a ottime quotazioni è vero, ci piacerebbe fosse così, ma a quanto ci risulta i nostri amici francesi che appena entrati hanno avuto un’ottima offerta di acquisto per il loro mezzo, passati 4 mesi, non hanno ancora ricevuto un soldino. Sono ritornati in Francia e la pratica di vendita è in mano a un avvocato cileno… quale fiducia!

Comunque prima di partire per l’ennesima frontiera ci visitiamo ben bene questo paesino che avevamo un po’ snobbato nei precedenti passaggi.
Una mezza giornata su e giù per le meravigliose rupi colorate ci lascia con le gambe molli e una mezza ustione causa sole impietoso unito all’altitudine.
Non importa, è stata veramente una bella passeggiata, circondati dai colori e con pochi turisti a rovinare le foto!
Non manca neanche la solita orgia di acquisti e la passeggiata serale che però vede il piccolo paese completamente spopolato… ma dove sono finiti tutti i turisti?
Mercoledì 13 si riparte con tutte le preoccupazioni di cui sopra tanto che Luca vorrebbe rinunciare al Cile e imbarcare il camper direttamente a Montevideo.
Devo dire che a me dispiace l’idea di vendere il camper che malgrado qualche problema ci ha portato sani e salvi per zone impervie e spesso inospitali. Sono una che si affeziona alle cose e se penso alle centinaia di cose accumulate in questo viaggio, non vedo proprio come potremmo riportarle a casa se non dentro a questo mezzo.
Però non voglio neanche rinunciare a visitare il Cile sul sentito dire degli altri, del resto anche della Bolivia avevamo letto un gran male e invece ci è piaciuta tantissimo.
Convinco Luca a proseguire il viaggio, metteremo un cartello “vendo” sul finestrino e ci affideremo al caso!
La strada è indimenticabile, in tutti i sensi… lo spettacolo della natura lascia senza fiato, ma così anche l’altitudine!
Prima di arrivare in vetta ci si apre un altro notevole spettacolo: il Salar Grande argentino. Certo non è immenso come quello di Uyuni, però fa lo stesso un bell’effetto. Dopodiché si sale ancora, fra monti, deserti e altri piccoli laghi salati sul cui bordo pascolano alpaca e guanaco. Non manca neanche una piccola pozza con dei fenicotteri che si rispecchiano nell’acqua limpida.
Non ricordo che abbiamo mai toccato i 5.000 metri, ma mentre il nostro fidato camper arranca sbuffando a 20 all’ora e a Luca scoppia la testa per l’altitudine, io tengo sotto controllo l’altimetro sul telefono che inesorabilmente sale fino a quota 4.863.
L’idea di fermarsi a dormire in frontiera sfuma visto che il Paso de Jama si trova poco sotto a quella altitudine. Con già 4 aspirine in corpo, Luca non riuscirebbe comunque a dormire. Per cui speriamo in bene che le pratiche siano veloci e si possa proseguire per raggiungere San Pedro de Atacama che è molto più in basso.
Il posto di frontiera è congiunto fra Argentina e Cile e davanti a noi ci sono una ventina di motociclisti brasiliani e un cinese in macchina… quanto ci metteremo?

Uscita: 13 marzo 2019
CHILOMETRI PERCORSI: 1.714
SPESE: 310 EURO