Cile

Cile

Entrata: 13 marzo 2019

Da non credere, in meno di un’ora abbiamo fatto entrambe le dogane!
Quella argentina non ha richiesto più di 5 minuti e un timbro, quella cilena giusto la compilazione di un foglio e una piccola ispezione per sequestrare frutta e verdura fresche, carne e uova.
Qualcosa avevamo lasciato di proposito per distogliere l’attenzione dalle cose più importanti, ma devo dire che non sarebbe servito. Il doganiere è salito e ci ha chiesto se avevamo cose da dichiarare, poi si è seduto a fare quattro chiacchiere senza neanche aprire un armadietto, anzi scusandosi continuamente per il disturbo e per il sequestro delle 4 cose opportunamente preparate.
Siamo stati fortunati nell’aver trovato l’unico funzionario fiducioso? Oppure ancora una volta il fatto che siamo italiani induce a trattarci con un occhio di riguardo?
Qualunque sia la ragione siamo ben felici che ci abbiano trattato con cortesia e rapidità.
Proseguiamo per San Pedro. La strada è una sola e, prima di scendere, risale ancora tanto da metterci ansia. Riusciamo a fare i 140 chilometri che ci mancano senza grossa fatica, anche perché negli ultimi 50 chilometri si recupera in velocità e la strada scende dritta in fortissima pendenza di 2.000 metri.
Parcheggiamo alla stazione dei bus ed andiamo in avanscoperta del paesino.
Per prima cosa come sempre l’acquisto di una Sim della Claro perché, come in Brasile, internet lascia molto a desiderare.
Cambiamo un po’ di dollari perché le commissioni per un prelievo bancomat sono di circa 5 euro per un cambio di meno di 200 euro a volta. Poi ci concediamo una bella passeggiata in questo strano paese fatto con case in adobe e strade di terra battuta.
A differenza di Purmamarca c’è un sacco di vita serale, tantissimi turisti sfidano il freddo notturno e passeggiano in queste strade polverose oppure si fermano in uno dei numerosi locali con musica dal vivo.
Tutto costa un’esagerazione!
Per visitare i dintorni è sempre necessaria una guida che, tra ingresso del parco e costo dell’escursione, chiede un minimo di 40 dollari a persona fino a salire vertiginosamente con il prezzo.
Siamo combattuti: arrivare fino a qui, uno dei posti più gettonati del Cile e non vedere niente per risparmiare 100 dollari? E se poi ci perdiamo qualcosa di indimenticabile? È anche vero che non ci è mai piaciuto vedere posti o fare attività intruppati in mezzo a centinaia di altre persone, però il dubbio rimane.
Mentre io medito il da farsi in camper, Luca esce per un giro e chi ti incontra? Una ragazza italiana che abbiamo conosciuto a Salta l’anno scorso e rincontrato sempre in Argentina qualche mese dopo.
Adesso lavora presso un’agenzia turistica qui a San Pedro e toglie ogni dubbio a Luca dicendogli che se ha già visto alcuni parchi dell’Argentina, non si perde niente rinunciando alle varie escursioni. Molto belle e interessanti però solo se sono le prime volte che fai quest’esperienza.
Andiamo a dormire tranquilli e malgrado i 2.400 metri ci facciamo un’unica tirata fino a mattino.

Dopo la notte abbastanza fredda, il giorno ci accoglie con un sole splendente, per cui partiamo fiduciosi per la nostra prossima meta, Antofagasta, che essendo sul mare promette quota zero e tanto pesce… giusto?
322 chilometri in pieno deserto! La strada monotona si snoda fra dune di sabbia, montagne di sabbia e pianure di sabbia. A rendere il paesaggio più interessante ci sono solo centinaia di lapidi a bordo strada, presumibilmente vittime di incidenti stradali. Ogni lapide sembra una piccola casa: la foto, il nome, sedie, panchine o divani, piante, fiori e bidoni dell’acqua per dissetare il morto (?), finanche un albero di natale. Alcune sono piccole non più di 50 centimetri per lato, altre sono delle costruzioni alte fino a 2 metri, il tutto su una strada che pur non cessando di essere fra i 2.000 e i 3.000 metri di altezza, non presenta né curve né altri ostacoli che possano facilitare un incidente, forse soltanto il rischio di un colpo di sonno!
Oltre a questo ci sono anche moltissimi pannelli fotovoltaici che da lontano appaiono come laghi dal colore grigio ardesia e ancora più numerose pale eoliche con il logo dell’Enel… ci sentiamo quasi a casa!
Arriviamo sani e salvi in città e parcheggiamo fronte mare nel parcheggio di un McDonalds. Dovrebbe esserci Wi-Fi libero, ma anche qui non è possibile connettersi.
Ciò che vediamo di Antofagasta non ci dice molto: prima di entrare tanta spazzatura, ma per il resto abbastanza pulita ed ordinata, alcune vie con grandi murales, ma il pesce dov’è?
L’ambientazione è bella e tranquilla vicino al mare e abbastanza lontana dai rumori della strada.
Alle 23 ci stiamo rilassano, io in camper e Luca fuori per respirare un po’ di fresca aria marina, quando sento uno scossone. Io urlo per avvisare Luca e lui si lancia all’inseguimento della macchina che, dopo averci urtato, si sta dando alla fuga.
Con uno slancio da centometrista e la fortunata coincidenza che la strada è occupata da un’altra macchina che sta entrando, il prode eroe riesce a fermare il furbone, prendendolo di peso e sfogando sia a parole che a fatti la sua rabbia. È l’ennesima persona che gli fa questo scherzetto di urtare i suoi mezzi, lasciare il danno e andarsene senza prendersene la responsabilità.
Per fortuna in questo viaggio ci è capitato solo in due occasioni e quest’ultima volta al fetente è andata male.
Dopo averlo strapazzato un po’, chiamiamo i carabinieri che arrivano dopo circa un quarto d’ora. Sono molto gentili ed educati, ma ci fanno chiaramente capire che il massimo che possiamo ottenere è il risarcimento in contanti, perché né l’assicurazione, né tantomeno un’azione legale nei confronti del ragazzo alla guida, avrebbe un riscontro economico per noi stranieri.
Dopo molti brontolamenti e trattative, riusciamo a ottenere in contanti non più di 100 dollari, senz’altro una cifra inferiore al danno, visto che ha rotto il vetro della freccia, la lampadina e incrinato il paraurti anteriore, ma meglio di niente.
La notte però entrambi non riusciamo a dormire tranquilli, per paura che il tizio torni per vendicarsi. A nulla sono servite le rassicurazioni dei carabinieri che lo hanno descritto come un bravo ragazzo, appartenente all’esercito e ospitato presso una caserma a due chilometri di distanza. Noi ci ricordiamo solo il suo tentativo di fuga nella speranza di farla franca.
La consolazione è che il suo danno è molto più esteso del nostro!

Proseguiamo il viaggio fermandoci prima a TalTal e poi a Bahia des Ingleses, due posti di mare lungo la strada in direzione sud. Il mare è gelido e solo Luca ha il coraggio di farsi il bagno, qui del resto è autunno e non è solo l’acqua ad essere fredda, ma anche l’aria.

Il 17 ci fermiamo presso una stazione di servizio nei pressi di La Serena. Finalmente riusciamo a connetterci con il Wi-Fi: sembra che il Cile abbia avuto 3 giorni di blackout di rete.
Sono cinque giorni che viaggiamo in mezzo al deserto. Un sali e scendi dalle montagne dove il paesaggio muta solamente di consistenza: sabbia, rocce piccole, rocce grandi e a volte sterpaglia. Non un animale, pochissimi uccelli e quell’innumerevole presenza di lapidi commemorative. Luca non si dà pace, non è possibile che siano morte tutte queste persone su queste strade… ma quando ci prendiamo la briga di fermarci notiamo frasi commemorative, pezzi di auto o moto, foto dei morti in gran quantità.
A volte c’è anche qualche cappella dedicata alla madonna o a un santo, secondo me è messa a ringraziamento per un incidente mortale evitato per grazia ricevuta… però ha ragione Luca, da quando siamo entrati in Cile ne avremo viste almeno un migliaio.
Lungo la strada ci fermiamo presso un ristorante di camionisti e alla richiesta di due piatti di pesce ci vengono portate vagonate di cibo, con dei molluschi giganti e saporitissimi.
Finalmente nei pressi di Valparaiso troviamo un po’ di verde, moltissimi cactus fioriti, uva e ulivi.
Entriamo timorosamente in città con la paura di trovarci incastrati in qualche viuzza della città vecchia e dopo una prima delusione su un parcheggio segnalato da iOverlander ma non più disponibile, troviamo un altro parcheggio molto centrale e vicino al porto, meno costoso e con il padrone simpaticissimo e accogliente.
Ci fermeremo tre notti, perché oltre alla stanchezza accumulata nel viaggio su e giù per le montagne, questa città merita una visita dettagliata.

A prima vista assomiglia a una delle città portoghesi, quali Porto o Lisbona. Aggrappata al monte, la zona antica presenta bellissimi palazzi di stile europeo con bovindi, comignoli e tetti a punta, vicoli acciottolati e migliaia di coloratissimi murales.
Prima della costruzione del canale di Panama era un centro importantissimo per la navigazione e il trasporto delle merci, da Europa ad America.
Ancora adesso si vede la stratificazione edilizia basata sul ceto: vicino al porto le case degli operai, poi i grandi palazzi commerciali e per il deposito della merce e in cima alla montagna le case dei proprietari delle grandi compagnie navali. La stessa città è anche divisa in quartieri, quello italiano, perlopiù commercianti e costruttori, inglese, francese, ecc.
Per facilitare la salita e la discesa dai vari livelli ci sono delle funicolari in origine costruite da italiani e filobus ancora in funzione dai primi del ‘900.
I vari autobus non hanno fermate segnalate, ma si fermano a richiesta del cliente che deve salire e scendere in fretta per non far perdere tempo all’autista.
Questa città ha avuto anche un periodo buio, quando è stata utilizzata dalla dittatura di Pinochet, per imprigionare, torturare e infine uccidere i dissidenti o presunti tali.
Anche se è autunno al sole fa veramente caldo e alla fine della giornata, oltre alle gambe stanche, ci ritroviamo anche scottati.
Il secondo giorno ci vede ancora arrampicarci sulle numerose scalinate ammirando i murales e i palazzi variopinti. Ci fermiamo presso un ristorante ben diverso del precedente: dosi lillipuziane, insapori e molto costose… non sempre ci azzecchiamo!

Ripartiamo per dirigerci verso Santiago del Cile, città che suscita molti ricordi in Luca che ha frequentato una scuola il cui direttore era un esule cileno sfuggito alla dittatura di Pinochet.
È da anni che mi parla del Cile e delle sue battaglie per l’indipendenza, ma fino ad ora nei pochi giorni che ci siamo stati, niente gli ricorda i racconti e gli studi fatti a scuola, così spera di trovare qualcosa di originale nella capitale, dove sono avvenuti i fatti più eclatanti.
Come spesso succede nelle grandi città, non c’è un buco per fermarsi e dopo aver provato 2 o 3 posti segnalati da iOverlander e risultati chiusi o inadatti, ci rassegniamo a sostare nel parcheggio dell’aeroporto. Questa soluzione è la migliore: malgrado il sole infuocato c’è un vento fresco che ci impedisce di cuocere al forno. Ci sono pure notevoli zaffate di cherosene, ma non moriremo certo asfissiati per una notte.

Dormiamo tranquilli, senza neanche essere disturbati dal rumore degli aerei. Il parcheggio per mezzi grandi e soste lunghe è abbastanza lontano dall’aeroporto, ma un comodo bus gratuito effettua il collegamento ogni 15 minuti. Da lì un altro bus ci porta fino al centro della città. Quasi un’ora di viaggio per una delusione.
Praticamente quasi tutto il centro storico è stato distrutto dalla dittatura nel tentativo, peraltro riuscito, di far dimenticare il colpo di stato che ha sostituito il governo democratico di Salvador Allende con la dittatura di Pinochet. Al posto dei bellissimi palazzi a due piani, di cui rimangono alcuni pochi esempi, sono stati costruiti casermoni squadrati senza un minimo di attrattiva.
Per di più il nostro tentativo di visitare la casa del governo e alcuni altri musei è reso impossibile da una schiera di militari in divisa.
Che fortuna, noi e molti altri turisti siamo arrivati in città contemporaneamente ai presidenti di Brasile, Argentina e Uruguay, che ovviamente hanno monopolizzato il centro storico per circa 3 giorni.
Girelliamo per le vie del centro senza grosso entusiasmo.
Ammiriamo un concerto di archi sotto una galleria e il maldestro tentativo di borseggio da parte di una coppia di ladruncoli nei confronti di un altro turista.
Entriamo nel Duomo e nella Posta centrale e ce ne torniamo al camper per ripartire prontamente per l’Argentina.
Abbiamo deciso di fare il tunnel del Cristo Redentor che è molto più basso di quello fatto in precedenza e ci porterà a uscire nei pressi di Mendoza, ma prima di affrontarlo ci fermiamo per l’ultima notte in Cile presso un parcheggio di camion.

In effetti il passo è più basso, circa 3.000 metri, ma decisamente più impegnativo.
I tornanti che non abbiamo trovato finora li hanno messi tutti qui, almeno quaranta curve strette, che viste sul navigatore sembrano un serpente in fuga, però come sempre lo spettacolo delle montagne che ci circondano vale la pena di fare questa fatica.
In origine su queste alture su cui ancora oggi si scia, la neve cadeva fino a due metri e mezzo e si manteneva in buono stato per circa tre mesi. Ora, ci racconta una doganiera che lavora in frontiera da 27 anni, cadono circa 50 centimetri di neve che durano più o meno un mese… e alcuni ancora negano il surriscaldamento globale!
Il posto di frontiera è congiunto e per fortuna abbastanza rapido. Usciamo dal Cile senza grossi rimpianti.

Consigli e considerazioni.
Le strade in Cile, perlomeno quelle che abbiamo percorso, sono ben tenute, anche se queste lunghissime e ripidissime discese e conseguenti risalite possono mettere a dura prova motore e freni. I numerosi memoriali che costellano le strade mi fanno pensare che autisti imprudenti abbiano sottovalutato questi pericoli.
Non aiuta neanche il continuo sbalzo di quota con questi frequenti sali e scendi da 2.000 metri a livello del mare.
I pedaggi autostradali sono abbastanza onerosi anche se mi rendo conto che mantenere in buono stato simili strade in mezzo al deserto non sia facile.
Il gasolio è abbastanza pulito ed economico, ma le stazioni di servizio si trovano in genere vicino ai paesi, per cui è bene mantenere il serbatoio pieno.
Abbiamo comprato una Sim di Claro, di cui ormai siamo ottimi clienti, abbastanza economica e con un discreto raggio d’azione. I Wi-Fi locali non sono molto stabili e nelle ore notturne praticamente scompare ogni connessione.
In Cile, a parte il pesce e i ristoranti non turistici, tutto è molto costoso. Quello che troviamo assolutamente vergognoso e comune in quasi tutto il Sudamerica è il prezzo dell’acqua che qui è superiore a quello del gasolio.In passato le già poche fonti di acqua potabile del Paese sono state contaminate per ritorsione dalle multinazionali estromesse dalle miniere dalla nazionalizzazione da parte di Salvador Allende e ancora adesso non si possono utilizzare, per cui o si beve acqua contaminata con piombo o si spende un patrimonio.

Cosa posso dire di un Paese in cui siamo stati solamente 11 giorni?
Innanzi tutto che tutto quello che ci avevano detto, sia nel bene che nel male, è risultato falso.
Non abbiamo avuto nessun problema in frontiera, le persone sono sempre state gentili e disponibili e ancora di più i “carabineros”. C’è stato qualche tentativo di truffa, ma cose piccole, tipo dare “inavvertitamente” il resto sbagliato, ma chi lo frega un furbone come Luca?
Soprattutto non c’è tutta quella gente che fa a pugni per comprare a caro prezzo il nostro camper! Su quest’ultimo fatto siamo sereni: ci costerà di più riportarlo in Europa e tentare di rivenderlo lì, ma per adesso l’idea di separarcene con le centinaia di cose che abbiamo accumulato al suo interno è una vera sofferenza!
Il Cile non ci ha molto entusiasmato, può essere la stanchezza del lungo viaggio o il fatto che molte delle sue bellezze naturali le abbiamo già viste e ammirate più volte in altri paesi del Sudamerica. Probabilmente non è neanche la stagione giusta per visitarlo, il mare è freddo.
A Luca poi cade un altro mito: prima il Nepal a lungo sognato e ora il Cile, due posti che secondo noi hanno perso la loro identità culturale e la loro storia grazie allo sfruttamento turistico ed economico.
Gli rimane la Mongolia, ma sarà per una prossima avventura!

Uscita: 23 marzo 2019
CHILOMETRI PERCORSI: 2.190
SPESE: 629 EURO

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