Pakistan – Prima Parte

Pakistan – Prima Parte

Welcome to Pakistan!
Grande sorpresa quando scopriamo che anche in questo stato si guida “al contrario”! Non eravamo pronti per questa esperienza, ma ci servirà come rodaggio prima del caos dell’India.

       Accompagnati passo per passo dalle guardie di frontiera iraniane che ci hanno scortato negli ultimi chilometri prima della frontiera, veniamo affidati a quelle pakistane. Anche qui un militare ci prende in consegna e ci porta, superando ogni fila, a sbrigare le pratiche burocratiche necessarie.
Sono gentilissimi: ci fanno accomodare, ci regalano due bottiglie di acqua fresca, ci danno informazioni sul loro Paese e ne chiedono sul nostro.
A ogni passaggio di frontiera in paesi considerati pericolosi, a rischio o arretrati, non posso fare a meno di stupirmi e compiacermi della cortesia e disponibilità che hanno nei nostri riguardi e faccio il confronto con la maleducazione, l’arroganza, la prevaricazione e il sospetto del trattamento ricevuto presso il consolato statunitense di Milano. I veri incivili e retrogradi sono proprio loro!
In circa un’ora e mezza sbrighiamo la prima parte della burocrazia relativa ai passaporti e io, che per prudenza mi sono nuovamente vestita come una suora di clausura, stupisco il solito gruppo di osservatori spostando il camper da un posto all’altro.
Abbiamo già superato il cancello e siamo sotto il cartello che ci annuncia l’entrata nel Paese, quando ci viene spiegato che dovremo passare la notte nella loro caserma, per poi venire scortati a Quetta domani alle sette.
Ce lo aspettavamo da altri racconti di viaggio, anzi, ci consideriamo fortunati che ci sia solo una notte di attesa. È meglio un eccesso di prudenza che rischiare qualche fastidio durante la strada.
Alle 18 secondo disbrigo di documenti per registrare il Carnet de Passage e poi relax anche se “imprigionati” in un piccolo cortile.
Purtroppo non ho potuto neanche fare la foto di rito con il camper sotto il cartello del nuovo stato!

La mattina dopo si parte abbastanza puntuali. Io vengo relegata dietro perché al mio posto si deve accomodare il soldato di scorta, armato di kalashnikov.
Il loro rapporto con il fucile d’assalto è molto “ingenuo”: lo impugnano in modo distratto, lo posano ovunque e in un caso lo hanno perfino sbattuto in mano a Luca per poter avere le mani libere! Dubito che, mal tenute e sporche come sono, queste armi possano fare la differenza in caso di attacco, né tantomeno questi militari mi infondono molta sicurezza, considerata che questa è la precisa funzione della scorta agli stranieri in questa regione.
Il primo militare, conosce giusto quel tanto di inglese per chiederci la mancia.
Il secondo, un po’ vecchiotto con capelli e barba tinti di rossiccio, passa tutto il suo tempo con il telefono in mano. In parte per cercare campo in pieno deserto, poi per chiacchierare quando lo trova.
Il terzo, si addormenta con la canna del fucile puntata sotto il mento.
Il quarto, un vecchietto senza denti ma con tanti sorrisi, fa cadere il caricatore e passa parte del suo tempo a raccogliere i proiettili finiti sotto il sedile.
E poi ancora altri due, fucile con noncuranza puntato verso Luca e sguardo addormentato.
In otto ore riusciamo a fare circa 200 dei 600 chilometri che ci dividono da Quetta.
Alle 15 siamo obbligati a fermarci nel parcheggio di un ristorante a Dalbandin, perché non c’è più disponibile nessun militare, ma anche perché è l’unico paese abbastanza grosso per avere un albergo ristorante!
Siamo un po’ demoralizzati e stanchi di questa situazione, quando arrivano due ragazzi austriaci, Oliver e Remo, con il loro camper. Sono stati più fortunati di noi, perché non obbligati a fermarsi una notte in frontiera. Sono molto simpatici e visto che “mal comune, mezzo gaudio”, facciamo subito amicizia, anche perché volente o nolente dovremo passare con loro diversi giorni!
Purtroppo ci danno una brutta notizia: sembra che in Thailandia non si possa entrare con un mezzo superiore ai 35 quintali e questo vale sia per il nostro che per il loro… già mi preoccupo per come questa notizia potrà cambiare il nostro itinerario!

Il 29 si parte di buon’ora con la promessa di arrivare a Quetta velocemente nel primo pomeriggio in quanto la strada a detta loro è molto bella.
Di questi 600 chilometri forse solo un centinaio sono decenti; gli altri 500 vanno dal pessimo al disastroso: una pista infinita nel deserto a volte molto simile a uno sterrato, larga giusto il necessario per farci passare due camion affiancati, senza paesi o altri punti di sosta se non i posti di blocco in cui spesso ci si ferma pazientemente ad aspettare il prossimo cambio di guardia.

Riflessioni e un po’ di filosofia spicciola: mentre sono relegata sul retro del camper dall’ennesimo militare, penso a quanto sia stato magniloquente e presuntuoso definire il nostro viaggio un “giro del mondo” e chiamare di conseguenza in questo modo il sito. Non che non fossimo consapevoli delle difficoltà legate ad un simile progetto/sogno: non siamo totalmente inesperti di viaggi.
Il clima, le difficoltà legate alle differenze religiose, culturali e linguistiche unite alla fatica del viaggio con un mezzo proprio, sono superabili. Solo vivendole siamo in grado di valutare e riconoscere se con la nostra età e le nostre limitazioni linguistiche saremo in grado di proseguire senza esaurirci… ma le difficoltà peggiori sono le barriere burocratiche in quest’Asia in perenne conflitto e cambiamento costante.
Gli organismi ufficiali quali consolati e ambasciate, né sui loro siti né tantomeno tramite i loro funzionari, sono in grado di dare informazioni corrette e aggiornate. Tantomeno i vari siti dedicati ai viaggiatori, costellati da notizie “copia/incolla” spesso inattendibili.
Rimangono i blog di viaggio come il nostro, scritti da chi veramente c’è passato, ma anche su questi le informazioni sono soggettive, perché anche le esperienze vissute da ognuno risultano diverse.
Le leggi che regolamentano questi paesi cambiano con una frequenza impressionante e sono soggette all’interpretazione del funzionario di turno, per cui quello che è concesso al turista simpatico il giorno prima, può essere negato a quello meno socievole del giorno dopo.
Mentre sto meditando questi foschi pensieri in attesa presso un checkpoint, ecco arrivare dalla direzione opposta un camper con una coppia di allegri francesi con due figli piccolissimi. Pieni di entusiasmo e desiderosi di condividere la loro esperienza di un anno in viaggio, ma soprattutto provenienti dalla Malesia, ci raccontano di aver transitato per la Thailandia con il loro camper superiore ai 35 quintali!
Ecco la conferma di ciò che scrivevo prima, le eccezioni ci sono sempre, per cui occorre arrivare in dogana e vedere se facciamo parte dei fortunati oppure no!
Purtroppo il tempo di scambiarci informazioni è breve perché le due scorte, la nostra e la loro, ci fanno fretta, ma riusciamo a scambiarci WhatsApp e penso che ci terremo in contatto.
Durante il tragitto incrociamo un ungherese che viaggia in moto e il cui nome avevamo visto scritto nei vari registri di passaggio: uomo veramente coraggioso e neanche tanto giovane… se ce l’ha fatta lui, perché noi no?

Arriviamo a Quetta in serata, dopo un’ora in giro per la città, dove Luca assaggia una piccola parte dello stile di guida indiano. Ci fanno parcheggiare nei pressi di una discarica all’interno di una caserma, circondati da capre che si nutrono di sacchetti di plastica, dai numerosi figli dei militari e dai militari stessi che vengono a conoscerci. Per fortuna Oliver e Remo parlano perfettamente inglese e fanno da tramite con tutti questi visitatori.
La sera cena all’italiana, se la meritano proprio!

Il giorno 30, Luca e Oliver vanno a chiedere il permesso di uscita: dovremo stare qui ancora una notte, e domani partenza di prima mattina.
A parte la stanchezza e il senso di “prigionia” dell’essere sempre scortati, bisogna riconoscere che sono tutti estremamente gentili e disponibili. Solo tre delle centinaia di persone incontrate ci hanno chiesto “un regalo”, mentre le altre mostrano solo il desiderio di conoscerci.
E soprattutto qui non sono obbligata a portare il velo!

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